Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
In un mio commento al recente “I tamarri”, del nostro Raskolnikov, di cui condivido il giudizio, ho citato, forse impropriamente, l’edizione 1967 del Festival di Sanremo, quella segnata dal suicidio di Luigi Tenco, la cui canzone (Ciao amore ciao) non entrò in finale. Pensai già allora che un cantautore elitario come Tenco avesse sbagliato a volersi “popolarizzare” sulla scena sanremese con un prodotto deludente per i suoi estimatori (come me) ma ancora troppo raffinato per il grosso pubblico. Per una kermesse dove quell’anno non era peraltro mancata una canzone a mio parere eccelsa come “La musica è finita” (Ornella Vanoni), ovviamente non vincitrice.
Senza entrare nel merito della successiva tragica vicenda e delle sue motivazioni, ma riferendomi, come ho scritto, “all'epoca e ai fermenti culturali che precedettero l’epopea della contestazione” alludevo a quei contenuti, espressioni e istanze artistico-musicali, spesso a sfondo socio-politico, che caratterizzarono la vigilia di quella che sarebbe stata una sorta di “rivoluzione culturale” dell’Occidente. Tutto questo, ovviamente, senza pretendere di accostare, né per oggi né per allora, uno scenario culturale globale a una scena festivaliera.
Avrei potuto attingere a tanto altro materiale per evocare quel clima culturale e confrontarlo con tanto dell'attuale becero-tamarrume, ma voglio privilegiare il primo ricordo che mi è affiorato. Il ’67, infatti, è pure l'anno in cui i Gufi iniziarono a rappresentare, nell’autunno avanzato, uno spettacolo teatrale scritto da Luigi Lunari: “Non so, non ho visto, se c’ero dormivo”, al quale assistetti dal vivo solo l’anno successivo, il ’68, l’iconico anno della contestazione. Uno spettacolo che mi coinvolse emotivamente e che contribuì alla mia formazione (gusto artistico, visione del mondo e tanto altro). Di tale spettacolo ricordo un brano musicale di spicco, “Non maledire”, che mi commosse e che imparai subito a cantare, accompagnandomi con la chitarra (e coro dei presenti, quando me ne capitava l’occasione).
Un testo che invito tutti ad ascoltare, o riascoltare, su YouTube. Una piccola operazione nostalgia per chi ha vissuto quei tempi, una nuova visitazione per chi non ha avuto modo di conoscere quel brano che, in uno spettacolo che percorre un arco temporale molto ampio, si colloca nel momento storico della fine della guerra di liberazione. La musica era stata composta da Lino Patruno, unico componente tuttora vivente del quartetto cabarettistico I Gufi (gli altri erano Gianni Magni, Nanni Svampa e Roberto Brivio).
Non maledire questo nostro tempo / non invidiare chi nascerà domani
chi potrà vivere in un mondo felice / senza sporcarsi l'anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam potuto / negli anni oscuri senza libertà,
siamo passati tra le forche ed i cannoni /chiudendo gli occhi ed il cuore alla pietà.
Ma anche dopo il più freddo degli inverni / ritorna sempre la dolce primavera
la nuova vita che comincia stamattina / in queste mani sporche ha una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone, / né voci vuote che gridano di sì:
a chi è caduto per la strada noi giuriamo, /pei loro figli non sarà più così.
Vogliamo un mondo fatto per la gente /di cui ciascuno possa dire “È mio”,
dove sia bello lavorare e far l'amore, / dove il morire sia volontà di Dio.
Vogliamo un mondo senza patrie in armi, / senza confini tracciati coi coltelli,
l'uomo ha due patrie: una è la sua casa, / e l'altra è il mondo, e tutti siam fratelli.
Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi, / quando c'è ancora chi di fame muore;
vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera / anche se ruba nel nome del Signore.